La Corte di Giustizia ed i "controlimiti europei"

Inviato da Jacopo Paffarini il 24 marzo, 2010 - 16:07
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<strong>Il caso Kadi e Al Baraak contro Consiglio e Commissione europea
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La diversa interpretazione dei rapporti tra ordinamento O.N.U. e ordinamento U.E., risultante dalla lettura delle sent. della Corte di Giustizia Europea, da un lato, e del Tribunale di Primo grado, dall’altro,apre le porte ad un confronto, che si prospetta assai interessante, rispetto alla reale consistenza del rule of law europeo.
Esso può essere, altresì, inquadrato nel sempre vivo dibattito in merito all’alternativa rule of law or law of rule?, ossia, semplificando forse anche troppo la questione, se sia sufficiente che una norma superiore stabilisca l’esistenza di un ordinamento giuridico, enunciandone l’effettività e le procedure di creazione (in tal caso si accede alla nozione “formale” di law of rule); o, piuttosto, se l’ordinamento, per essere effettivo, debba essere anche valido e, pertanto, gli viene chiesto di incorporare qualità e caratteri ben precisi, tali da contrastare, sul piano giuridico, la tendenza monopolizzatrice del potere.

Ad ogni modo, con questa decisione la Corte di Giustizia inizia a tracciare l’ambito dei “contro limiti dell’Unione”, a partire dall'intangibilità del diritto al <em>judicial review</em> che deve essere garantito a chiunque sia soggetto a provvedimenti restrittivi della libertà personale, anche nel caso in cui siano emanati in situazioni di emergenza, come all’indomani degli attacchi alle Twin Towers.

La sentenza Kadi mette in luce due aspetti in particolare che, a mio parere, rafforzano le ipotesi di lavoro tracciate nella presente sezione.
In primo luogo, esce confermato il binomio “diritti fondamentali-giudici” come strumento di limitazione dei poteri sovranazionali e di costruzione di un nucleo di valori (per non parlare direttamente di principi) fondamentali degli ordinamenti sovranazionali. Uscendo dall’ottica di analisi tradizionale, ossia se si inizia a leggere i processi di integrazione “oltre gli Stati” non per le limitazioni di sovranità che comportano ma, piuttosto, per il trasferimento di competenze che attuano, si può affermare che la Corte di Giustizia abbia svolto addirittura un controllo di costituzionalità di una fonte esterna, sbarrando l’efficacia della risoluzione O.N.U. (che, si ricorda, era stata recepita con un regolamento U.E.) nei territori degli Stati membri. Ci si chiede, pertanto, quale sarebbe stata, nell'ipotesi in cui la Corte avesse confermato la sentenza del Tribunale, la reazione delle Corti Costituzionali degli Stati membri. E, soprattutto, a quali conseguenze si sarebbe andati incontro nel caso i giudici di legittimità nazionali avessero messo in discussione i vincoli comunitari.
In secondo luogo, si rafforza l’ipotesi per cui, nel pluralismo globale, la costruzione delle relazioni tra ordinamenti giuridici passa inevitabilmente per il “merito”. L’affacciarsi dei “contro limiti” sul panorama giuridico comunitario, con l’affermazione della loro operatività nei confronti delle risoluzioni O.N.U., dà nuova linfa ad una teoria generale della rule of law come misura critica condivisa dai diversi ordinamenti indipendentemente.
Tornando sul piano globale, dunque, non esistendo un autorità sovraordinata alle altre, i vari interlocutori, in maniera particolare quelli giudiziari, saranno chiamati ad usare i principi fondamentali del proprio ordinamento in maniera “critica”, in una certa misura, a “scegliere”. In tal senso, si nota una tendenza a dare continuità sostanziale ai propri ordinamenti i cui confini vengono ridefiniti mescolando criteri relativi alle fonti e criteri relativi a standard sostanziali.

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